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Una selezione di fotografie e racconti degli anni ‘50.
A cura di Roberto Mutti
Se c’è una caratteristica che ben si adatta all’estro di Giancarlo Iliprandi è quella della sua capacità di passare con mirabile disinvoltura dalla ricerca personale al lavoro commissionato, dalla dimensione privata a quella pubblica mantenendo il medesimo impegno ed entusiasmo, rendendo così impossibile distinguere i due piani. Qualcosa che li accomuna però si può trovare in quella precisione con cui, annotando ogni avvenimento, documentando ogni attività, archiviando ogni materiale, sfidava da vincente il senso del tempo e dello spazio.
I suoi diari, fitti di una scrittura finissima e elegante, sono arricchiti da disegni, illustrazioni, fotografie come se la parola – che pure ha sempre usato in modo incisivo – non gli bastasse.
La sua attività di fotografo è rimasta un poco in ombra rispetto a quelle ben più note di graphic designer, art director, creativo, ma basta indagare nel suo sterminato archivio, come continua a fare con mirabile determinazione la moglie Monica, per scoprire veri tesori come quelli che qui presentiamo. Per quanto la scena al cui interno si muove sia ristretta della località Cavo sull’isola d’Elba e il tempo sia limitato dell’estate, Giancarlo Iliprandi usa la sua fotocamera muovendosi su due piani paralleli.
Da una parte costruisce un diario di sensazioni con fotografie che accostano momenti di incontri fra amici a riprese in soggettiva che si soffermano su particolari trasfigurati in una geometria della visione.
Dall’altra parte l’autore esibisce i frutti di una ricerca continua nell’ambito del linguaggio fotografico che sfocia in una serie di variabili della stessa immagine (la struttura di una barca, la forma di un’ancora, la silhouette di una bicicletta) ottenute personalmente in camera oscura.
Qui sono visibili i richiami alla Subjektive Photographie e ad altre ricerche d’avanguardia che documentano la sua importante cultura fotografica.
L’uso del formato quadrato non è casuale perché richiede la ricerca di un equilibrio compositivo che Giancarlo Iliprandi insegue con leggerezza e maestria.
Il caso, invece, ha voluto che la fotocamera da lui usata fosse una Voigtländer modello Brillant e a lui, che amava giocare con le parole, quel nome deve essere piaciuto moltissimo.
Roberto Mutti