Clicca per ingrandire le immagini
La casa alla Torre di Velate. Costruita per i miei genitori, con i muratori del paese, su un terreno isolato. Una serie di balze dalle quali godevi il tramonto del sole dietro al Monte Rosa.
Un sito dove ero stato a disegnare quando non sapevo ancora tenere in mano i pastelli.
Adoravo quel posto perché non passava anima viva. Era solo spazio. Delimitato dalle gobbe del Campo dei Fiori, a Nord, a Sud dalle colline che andavano a bagnarsi nel lago.
Se riguardo quelle foto capisco, con riprovevole ritardo, il mio bisogno di solitudine. Ritrovo il senso di tranquillità con il quale mi accompagnavo nel deserto. Nessuna vicinanza reale se non quella del vuoto.
Dopo tanti anni, cinquantasette per l’esattezza, la casa è stata inglobata nella globalità. Circondata da alberi, siepi, finestre, tetti, terrazzi. Lo spazio è scomparso, tutto ha assunto un aspetto urbano. Il progetto in sé pare ancora valido, pure se si tratta della casa di uno scenografo.
Costruita con pochi mezzi. Però solida, almeno in apparenza, per via dei muri di pietra che richiamano i contrafforti della Torre.
Dentro ci sono ancora i mobili della nonna, reperti di viaggio, disegni a pacchi. Anche ricordi di quel terribile inverno dell’anno 1944. Il più freddo di tutti.
da Note, Hoepli Editore, Milano 2015
Alcune foto della casa in costruzione su quelle che allora erano delle balze abbastanza spoglie.
La persona che compare, davanti al lato ovest del fabbricato, è mio padre con un’aria un poco perplessa.
Probabilmente dovuta al senso di grande vuoto che circondava la casa.
All’interno della casa alcuni vecchi mobili tra i quali quelli che facevano parte della dote di mia nonna Angela.
Le foto a colori sono di Alberto Lavit per la rivista «Living is life», novembre 2010.